La verginità nella Bibbia

Articolo scritto sabato, 30 gennaio 2010

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 1. La verginità nella Bibbia
          Nella tradizione veterotestamentaria troviamo un insegnamento poco rilevante sulla verginità: apprezzata e richiesta nelle donne quale elemento essenziale prima di contrarre matrimonio (Dt 22,13-21; Lv 21,13ss) ma mai esaltata come stato di vita permanente, poiché non si concepivano forme alternative al matrimonio. Infatti, per gli Ebrei la vita della donna, insieme a quella dell’uomo, trova il suo orientamento nella procreazione in base al precetto di Gen 1,28 «Siate fecondi e moltiplicatevi», la benedizione di Dio consiste nella fecondità della donna e in una numerosa prole (Sal 127). Situazione analoga si ha in alcuni profeti quando designano Israele come vergine che muore senza lasciare prole dopo di sé (Am 5,1ss; Gl 1,8; Lam 1,15-2,13), a cui è negata una discendenza perché infedele al patto d’alleanza con Dio, come dimostra l’imposizione divina di celibato su Geremia quale segno profetico di sventura in Israele (Ger 16,1-13).
           Ma accanto a questi tratti negativi, troviamo alcune figure emblematiche al riguardo di vedove che scelgono di non sposarsi come Giuditta che, nonostante la sua nota avvenenza, rinuncia alle seconde nozze per essere madre del suo popolo (Gdt 8,4; 16,22).
          La continenza temporanea è fattore peculiare per avvicinarsi al sacro prima di partecipare ad un pasto sacro (1Sam 21,5), in una battaglia (2Sam 11,8-13), o in preparazione dell’alleanza con Dio (Es 19,14ss).
          Si comincia a sottolineare la verginità del popolo d’Israele nel suo aspetto morale: avulsa da qualsiasi prostituzione religiosa, fedele all’amore di Dio, pronta come sposa adorna in prossimità della nuova alleanza; già nel profeta Isaia il matrimonio tra un giovane e una vergine simboleggia le nozze tra il Signore e Israele (62,5).
Ed inoltre, in alcuni strati sociali, che costituiranno quei “puri” detti anche “Esseni” s’inizia a percepire che, in preparazione alla venuta del Messia e all’estensione del regno, non necessitava più la quantità numerica del popolo eletto ma la sua santità.
          Nel Nuovo Testamento, la nascita Gesù Cristo dal seno verginale di Maria, la Sua persona, la Sua vita, le Sue parole sono il fondamento della verginità cristiana e ne costituiscono insieme la motivazione. Il Cristo parla di “eunuchi per il regno” (Mt 19,12), cioè di coloro che scelgono liberamente di restare vergini per il regno di Dio, e ciò fa emergere tra gli ebrei la polemica di fondo, ossia lo stato verginale di Gesù, che in quanto non sposato rischiava l’accusa di essere eunuco, (ricordiamo che gli eunuchi non potevano esercitare alcun diritto). Il vivere nella verginità è la proposta che Cristo stesso fa a chi desidera seguirlo, a chi vuol divenire suo discepolo (Lc 14,26): «Se uno viene a me e non odia(= amare meno) suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria stessa vita, non può essere mio discepolo».
          Un tema particolarmente caro a S. Paolo è il carattere sponsale della verginità, in Ef 5,22-33 il connubio Cristo-Chiesa, realizzazione attualizzante dell’unione Adamo - Eva, è inteso come segno e simbolo del matrimonio Cristo capo, sposo e custode della Chiesa santa e immacolata; rievocando i contenuti del Cantico dei Cantici: “tu sei tutta bella, amica mia, e in te non c’è macchia” (4,7), essa è presentata dall’apostolo quale vergine casta (2Cor 11,2), fidanzata a Cristo. É un rapporto intimo e fecondo in cui lo Sposo è della Sposa, Egli si dona completamente a Lei perché sia totalmente partecipe della Sua missione.
          Su questa linea inizia ad emergere, nelle prime comunità cristiane, la scelta  della continenza perpetua (1Tm. 5,9-12) e ad uno stato di vita verginale, a questo proposito, S. Luca, in Atti 21,8-9, parla di quattro vergini figlie del diacono Filippo che avevano ricevuto il dono della profezia.
          La verginità è dono di Dio che non tutti possono comprendere (Mt 19,11), che non tutti hanno ricevuto (1Cor 7,7), condizione auspicata da S. Paolo affinché ci si possa dedicare ancor più intimamente al Signore, viene delineata come stato di vita senza tribolazioni nella carne, libera dalle preoccupazioni e dalle distrazioni del mondo (1Cor 7,28ss).
          Tale dottrina non evidenzia affatto una scelta di comodo per evitare determinate responsabilità, né tantomeno mantiene una visione “puritana” del cristianesimo; piuttosto, lo stato verginale viene designato come stato di vita ideale per il cristiano, proclamazione esistenziale della caducità di un mondo fugace ed esaltazione dell’eternità offerta da Dio, presenza anticipatrice dell’eschaton, realizzazione della salvezza apportata da Cristo, “primizia per Dio e per l’Agnello” che insieme ai martiri intonano un cantico nuovo dinanzi al trono (Ap 14,3-4).


 Per ulteriori approfondimenti:
DE LORENZI L., La verginità nell’Antico e Nuovo Testamento in Nuovo Dizionario di teologia biblica, Milano 1994, pp. 1644-1654.
FESTORAZZI F., Matrimonio e verginità nella Sacra Scrittura in AA.VV., Matrimonio e verginità. Saggi di teologia, Venegono Inferiore 1963, pp. 51-158.
LEGRAND L., La dottrina biblica della verginità, Torino 1965.
TOSETTI G., Vergine, in Dizionario del Nuovo Testamento, Brescia 1978, pp. 547-548.
ID., Verginità, in Dizionario biblico storico-critico, Roma 1987, pp. 1031-1032.

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